
La libertà non si chiede, si difende!
Cari amici, esistono snodi cruciali nella storia in cui la verità non può più essere edulcorata né taciuta con il silenzio della prudenza. Oggi, osservando con onestà intellettuale la traiettoria imboccata dall'Unione Europea, dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia la realtà: così come è concepita, l'Europa ha i giorni contati. Non parliamo di posizioni ideologiche, né di sterile propaganda, ma della fredda constatazione dei fatti.
Questa istituzione non cadrà per un moto d'insofferenza dei cittadini, ma per l'imperdonabile scollamento di chi la guida. Da troppo tempo, Bruxelles si è cristallizzata in una cittadella fortificata, autoreferenziale e distante sideralmente dalle istanze reali della gente; una struttura oligarchica e puramente istituzionalista dalle movenze falotiche che pretende accondiscendenza, che cala decisioni verticali dall'alto e che ha smarrito la sua missione genetica: tutelare i popoli, non commissariarli.
Oggi ci troviamo di fronte a un'Europa che abdica al controllo dei propri confini, lasciando le nazioni frontaliere sole a gestire emergenze epocali, mentre scarica sui governi nazionali oneri insostenibili. E, parallelamente, impone diktat normativi che asfissiano il tessuto produttivo. Un comportamento totalmente desultorio. La storia ci insegna che i grandi imperi non capitolano mai per l'assalto dei nemici esterni, ma implodono sotto il peso della propria arroganza interna.
Entriamo nel merito del disastro, partendo dal piano economico: le nostre imprese arrancano nell'arena globale, imbrigliate in paletti regolatori e in asimmetrie normative che nessun competitor internazionale si sognerebbe mai di tollerare. I nostri agricoltori scendono in piazza per denunciare l'assurdità di una concorrenza sleale, costretti a subire standard penalizzanti mentre i mercati vengono inondati da prodotti extraeuropei che non rispettano neppure la metà delle nostre regole. I nostri pescatori sono trattati come un'appendice fastidiosa da ridimensionare o cancellare.
Dal Patto di stabilità alle cieche visioni della transizione ecologista imposta a tavolino, passando per una burocrazia asfissiante, tutto tradisce una pericolosa e colpevole miopia verso la vita reale; questa non è economia di mercato: è l'ingegneria del declino programmato. Doveva essere l'Unione della prosperità, ed è diventata l'Unione delle ristrettezze. Dobbiamo invertire la rotta: rimettere al centro la protezione del nostro Made in Italy, difendere chi produce, chi crea ricchezza e chi dà lavoro, invece di strangolare il nostro tessuto produttivo con follie burocratiche nate nei laboratori di chi non ha mai lavorato un giorno in fabbrica o nei campi.
Sul piano identitario, la situazione non è meno grave: le famiglie, le comunità locali e i singoli individui vedono progressivamente erosi i propri diritti, le proprie tradizioni e la propria sicurezza, subordinate a mode ideologiche che calpestano le radici stesse dei nostri popoli e a farne le spese sono soprattutto le nuove generazioni.
Guardiamo in faccia una tragedia silenziosa: il costante, inaccettabile esodo dei nostri migliori giovani laureati: inostri figli studiano, investono su sé stessi, eccellono e poi sono costretti a fare le valigie per cercare fortuna all'estero perché l'Italia e l'Europa offrono loro solo precariato e stipendi da fame. Questo deve finire! È l'ora di un cambio di rotta radicale: dobbiamo riportare a casa i nostri laureati espatriati, è necessario un contro-esodo dei cervelli, offrendo loro un terreno fertile, incentivi concreti e un futuro sicuro, grazie a un pesante rilancio della produzione industriale italiana e della cultura della meritocrazia.
Dobbiamo tornare a essere una nazione che produce, che innova e che trattiene i suoi talenti, restituendo dignità e orgoglio al lavoro italiano. C'è poi un capitolo che non possiamo e non dobbiamo tacere, legato a doppio filo ai diritti fondamentali della persona: parlo del periodo buio che abbiamo vissuto e dei rischi enormi che ancora incombono sulla nostra democrazia: il bavaglio alla libertà e l'imposizione di misure autoritarie mascherate da emergenza.
Noi Novax diciamo un no fermo, totale e senza appello a ogni obbligo vaccinale coatto e a qualsiasi forma di restrizione della libertà individuale che trasformi i cittadini in sudditi sotto ricatto. La salute pubblica non può mai diventare il pretesto per calpestare i diritti costituzionali inviolabili della persona, il diritto al lavoro, il diritto alla libera circolazione e la libertà di scelta terapeutica. Uno Stato che si rispetti cura i suoi cittadini, li informa, li assiste con la scienza e con la coscienza, ma non li ricatta mai negando loro il pane e la dignità.
La libertà non è una concessione revocabile da parte del palazzo in base all'emergenza del momento: la libertà è un valore sacro, non negoziabile, e noi vigileremo sempre affinché nessuno si permetta mai più di toccarla. Infine, amici, c'è il tema più drammatico e urgente del nostro tempo: la deriva bellicista che sta trascinando l'Europa e il mondo intero verso il baratro. Di fronte alle folli agende geopolitiche che spingono verso il conflitto permanente, noi leviamo alta e forte la nostra voce per gridare il nostro rifiuto totale, assoluto e intransigente di ogni guerra.
Lo dice anche la nostra Costituzione all’articolo 11: “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Dove sono tutti quelli che inneggiano alla Costituzione quando c’è da finanziare l’Ucraina? L'Unione Europea era nata sulle ceneri della Seconda guerra mondiale come il più grande progetto di pace della storia moderna. Oggi, tragicamente, è diventata la serva di interessi stranieri, un megafono di tensioni, un fornitore di armi che soffoca la diplomazia e ci porta ogni giorno più vicini alla catastrofe nucleare. Noi non vogliamo la guerra, non vogliamo che i nostri figli vengano sacrificati sugli altari di interessi geopolitici lontani o di ciniche strategie commerciali.
L'Italia e l'Europa devono tornare a essere protagoniste della pace, della cooperazione tra i popoli e della mediazione diplomatica, non avamposti di morte. La fine di questo modello europeo non sarà un mistero, ma l'epilogo annunciato di una catena di errori.
Tuttavia, la speranza di un'Europa dei popoli e della pace esiste ancora. Ed è per questo che dobbiamo svegliarci. Quando i popoli si risvegliano nella loro dignità e nella loro sete di libertà, nessuna burocrazia e nessuna élite al mondo potrà mai fermarli.
Gianmarco Ferramonti
Responsabile Gruppo Economia



